Sanya Kantarovsky. Letdown

3 novembre 2017 – 25 febbraio 2018

Fondazione Sandretto Re Rebaudengo presenta Letdown, mostra personale dedicata a Sanya Kantarovsky, che includerà lavori esistenti e opere nuove, prodotte specificamente per l’occasione.
Kantarovsky, nato a Mosca nel 1982 ed emigrato negli Stati Uniti da bambino, ha spesso utilizzato le proprie opere per confrontare la sua esperienza di vita sotto il comunismo, negli anni del declino dell’Unione Sovietica, con le esperienze vissute nel mondo occidentale. Sfruttando l’architettura come metafora e allo stesso tempo come cornice, l’esposizione allestita alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo mette bene in rilievo queste due polarità estetiche e politiche, creando il contesto per un nuovo corpus di dipinti che trasmettono una gamma di esperienze sgradevoli e brutali.

In Russia esistono decine di migliaia di edifici identici, ciascuno contenente ottanta appartamenti. Sono stati progettati sulla base di un consenso, dopo che una commissione di architetti ha definito uno standard di vita e lo ha ridotto ai suoi elementi minimi ed essenziali. Queste strutture erano dette K-7 o Krushevki, da Nikita Krushev, che li commissionò in fretta e furia per rispondere a una grave carenza abitativa. Costruiti in modo sbrigativo e a basso costo in tutta la Russia, con pannelli di calcestruzzo prefabbricato, questi edifici gettano i loro occupanti, fisicamente e psichicamente, dentro uno spazio infinitamente replicabile e uniforme.

La mostra Letdown di Sanya Kantarovsky si articola davanti all’immagine dipinta di una Khrushchyovka semidemolita. Occupando lo spazio austero e minimalista della Fondazione, progettato da Claudio Silvestrin, il murale mette involontariamente a confronto una forma alta di architettura contemporanea con l’economia e la violenza delle case popolari sovietiche. I dipinti di Kantarovsky sono appesi in cima all’edificio, e le loro cornici rettilinee ne riecheggiano la facciata a lastroni. I dipinti sono essi stessi cornice geometrica della brutalità: pieni di esperienze dolorose, trasudano esitazione e fragilità, e ci presentano corpi che si contorcono in atti di sottomissione. Ciascuna opera crea la propria arena prefabbricata, in cui si svolgono azioni come spingere, tirare, abradere, lavare e cancellare.

La presenza della Khrushchyovka, e delle tipiche tartarughe d’acciaio, le cherepashki, che si trovavano nei parchi giochi annessi, dà l’impressione che questi quadri siano quasi finestre su una casa claustrofobica, o lacerazioni nel tessuto sociale. Le figure che contengono sono i residenti dell’edificio? Una madre con neonato, lei di colore plumbeo, lui ricoperto di rosacea, che la costringe a piegarsi fino a cadere mentre cerca di afferrare l’ultima goccia di latte. La figura della donna si deforma, e le sue ginocchia sbucciate indicano che non è la prima volta. La mostra prende nome dal titolo di questo quadro. Un’opera in contraddizione con se stessa, come molte dell’artista, Letdown (2017) fa riferimento a emozioni opposte: in inglese letdown significa sia delusione che produzione di latte materno. Questa paradossale simultaneità di costernazione e soddisfazione si cristallizza come tema centrale della mostra.